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Lo studio: l'effetto del caffè sulla memoria potrebbe non dipendere dalla caffeina

In un piccolo esperimento, solo i partecipanti che avevano bevuto caffè decaffeinato hanno mostrato miglioramenti significativi nei test di memoria, mentre chi aveva assunto caffeina non ha registrato gli stessi risultati. La ricerca, pubblicata su Nature Communications, suggerisce che altri composti del caffè possano avere un ruolo. Si tratta di un campione ridotto, quindi servono conferme.

In un piccolo esperimento condotto su consumatori abituali di caffè, solo i partecipanti che avevano bevuto caffè decaffeinato hanno mostrato miglioramenti significativi in due test di memoria, uno sull'apprendimento di parole e uno sul ricordo di posizioni spaziali. Chi aveva assunto caffeina non ha registrato gli stessi risultati. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, suggerisce che l'effetto del caffè sul cervello potrebbe non dipendere soltanto dalla caffeina, ma da altri composti presenti nella bevanda.

Come è stato condotto lo studio

Alla ricerca hanno preso parte 31 persone abituate a bere dalle tre alle cinque tazze di caffè al giorno. Ai partecipanti è stato chiesto di sospendere il consumo abituale per due settimane, un periodo durante il quale i ricercatori hanno osservato cambiamenti misurabili nel profilo dei microbi intestinali. In seguito il gruppo è stato diviso in due: a una metà è stato somministrato caffè istantaneo decaffeinato, all'altra caffè con caffeina, senza che nessuno sapesse quale stesse assumendo. Entrambi i gruppi hanno consumato quattro porzioni al giorno per tre settimane.

Cosa è emerso dai test

Dopo la reintroduzione del caffè, entrambi i gruppi hanno riferito livelli più bassi di stress percepito, depressione e impulsività, indipendentemente dalla presenza di caffeina. Solo il gruppo con caffeina ha mostrato una riduzione dell'ansia e miglioramenti nell'attenzione e nella vigilanza, un dato coerente con decenni di ricerche sulla caffeina. Ma nei due test di memoria è accaduto l'opposto: solo chi aveva bevuto decaffeinato ha ottenuto miglioramenti significativi, mentre il gruppo con caffeina non ha registrato alcun progresso. «Ma credo che la cosa più sorprendente sia stata che, quando abbiamo reintrodotto il caffè, abbiamo ottenuto effetti davvero interessanti anche reinserendo il caffè decaffeinato», ha dichiarato John Cryan, neurobiologo dello stress presso lo University College Cork e autore principale dello studio. «Quindi non era solo la caffeina».

L'ipotesi dei polifenoli e l'asse intestino-cervello

Il laboratorio di Cryan studia da anni l'asse intestino-cervello, la rete di comunicazione tra apparato digerente e cervello che passa attraverso il nervo vago, il sistema immunitario e il microbioma. Nel 2013 il gruppo ha coniato il termine "psicobiotici" per descrivere come i probiotici possano modificare i batteri intestinali e, attraverso quel percorso, influenzare potenzialmente la salute mentale. Il caffè non contiene probiotici, ma contiene polifenoli, composti vegetali che nutrono i microbi intestinali e possono alterarne composizione e attività. Una volta rimossa la caffeina, i polifenoli restano il candidato più plausibile per spiegare quanto osservato nel gruppo decaffeinato. L'ipotesi di lavoro è che questi composti rimodellino i microbi presenti, modifichino ciò che producono e che alcuni di questi cambiamenti a valle influenzino il modo in cui il cervello elabora e trattiene le informazioni. Diversi passaggi di questa catena restano da confermare. «Il caffè è più della semplice caffeina: è un fattore dietetico complesso che interagisce con i nostri microbi intestinali, il nostro metabolismo e persino il nostro benessere emotivo», ha aggiunto Cryan. «I nostri risultati suggeriscono che il caffè, con o senza caffeina, può influenzare la salute in modi distinti ma complementari».

I limiti della ricerca

Trentuno partecipanti sono un campione ridotto. Il caffè utilizzato era istantaneo, e questo potrebbe non riflettere il profilo di polifenoli di altri metodi di preparazione. Non è stata stabilita una relazione di causa-effetto: lo studio mostra un'associazione, non un meccanismo confermato. «È uno studio piccolo», riconosce Cryan. «Solleva molte domande». Ricerche precedenti avevano già osservato che il decaffeinato può migliorare le funzioni cognitive e lo stato di vigilanza senza caffeina a spiegarlo. Questo lavoro offre una possibile spiegazione, pur senza definirla con certezza. Il caffè contiene oltre mille composti al di là della caffeina, e la maggior parte di essi è stata studiata pochissimo in ambito neurologico.

Perché conta

La caffeina cattura l'attenzione perché è l'ingrediente attivo più evidente, quello che si sente agire poche decine di minuti dopo aver bevuto. Questo studio suggerisce che l'ingrediente ovvio potrebbe non essere il più interessante. È un ribaltamento di prospettiva che vale al di là del caffè: spesso la spiegazione più visibile di un fenomeno non è quella che regge alla verifica, e il progresso scientifico procede proprio così, togliendo di mezzo ciò che sembra scontato per guardare cosa resta. Trentuno persone e un risultato da confermare non cambiano le abitudini di nessuno, ma spostano una domanda: non cosa fa il caffè, piuttosto quali delle sue mille componenti lo fanno. Le risposte che contano, nella ricerca come altrove, arrivano spesso da ciò che non avevamo pensato di guardare.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da optimistdaily.com.